Di Marco Grimaldi

In un carcere francese, nel 1779, un prigioniero si addormenta a mezzanotte con un libro fra le mani. Sogna una donna già morta, avvolta in un drappo nero dal quale traspare appena la bellezza dei capelli biondi. Il prigioniero pensa che l’amore, per renderla ancora più bella, abbia voluto addolcirne l’aspetto funebre. La donna gli chiede perché soffre e lo invita a raggiungerla nello spazio immenso in cui si trova, dove non ci sono più male e sofferenza. Il prigioniero si inginocchia e la chiama “Madre”. E la donna continua a parlare: «Amavo guardare il futuro quando ero nel mondo che tu odi; moltiplicavo fino a te la mia posterità e non ti vedevo tanto infelice». Il prigioniero cerca di abbracciarla per trattenerla e seguirla, ma il fantasma svanisce. Il fantasma è quello di Laura, la donna amata e cantata da Francesco Petrarca nel Canzoniere. E il prigioniero che racconta il sogno in una lettera inviata alla moglie dal carcere di Vincennes è il Marchese de Sade, che ha appena scoperto, nella Vita di Petrarca scritta dallo zio, l’abate Jacques-François-Paul-Aldonce de Sade, che Laura apparteneva alla loro casata, una nobile famiglia di origini provenzali. La notizia non è certa ed è forse solo una curiosità erudita. Tuttavia, tra Petrarca, l’amante di una donna sublimata e senza corpo, e l’autore delle 120 giornate di Sodoma, «il racconto più impuro che sia mai stato fatto da che il mondo è il mondo», ci sono realmente dei legami.

Il Marchese de Sade, imprigionato a Bicêtre, gioca con delle rose nel marzo 1803

Il primo legame è nella storia della poesia. Prima e dopo Petrarca, i poeti che chiamiamo “cortesi” non hanno cantato solo amori puri e impossibili. I trovatori occitani, che hanno inventato quel genere di poesia amorosa che ha influenzato tutta Europa, dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Galizia, non hanno amato solo donne irraggiungibili da ammirare da lontano. Hanno descritto amori impuri: «Bella mondana io voglio dia, / senza troppo pretendere da me, / quanto l’Amore richiede a letto; / e che non faccia discussioni / quando si toglie blusa e gonna, / ma che danzi giusta musica / di chi non bada che d’amore / si evitino giochi più golosi: / e se lei ne avesse imparati di più / non esiti nell’ammaestrare!» (Daude de Pradas). Hanno immaginato dibattiti con donne senza pudori: «Sappiate, dama, che questo mi piace. / Purché fino a domani stiamo insieme, / il cazzo batterà su porta armata: / saprete allora se sono uno spaccone! / Dal culo vi farò lanciare tali peti, / sì che di corno il suono vi parrà, / e ballerete proprio su tal suono» (Montan). Hanno descritto donne per nulla perfette, ma perverse e laide: «La buona donna voglio / ch’un occhio abbia crepato, / e s’ella è bella e prode / che li abbia crepati entrambi. / E quando va a cacare / si porti un giovanotto / che cazzo abbia di mulo / con cui forbirsi il culo». Ma nella poesia che chiamiamo cortese non c’è solo l’erotismo, c’è anche la violenza. C’è persino in Dante, che in una delle sue canzoni più celebri, Così nel mio parlar voglio esser aspro, immagina una crudele vendetta nei confronti della donna che lo rifiuta: «S’io avessi le belle trecce prese, / che fatte son per me scudiscio e ferza, / pigliandole anzi terza, / con esse passerei vespero e squille: / e non sarei pietoso né cortese, / anzi farei com’orso quando scherza». Cioè: ‘Se avessi afferrato le belle trecce che per me sono diventate come una frusta, prendendole prima dell’ora terza trascorrerei con loro i vespri e la sera. E non sarei né gentile né compassionevole, anzi farei come l’orso quando gioca’ (l’orso nel Medioevo era ritenuto un animale particolarmente lascivo). La letteratura medievale è piena di poesie e racconti osceni e licenziosi. Ma in Dante e nei trovatori ritroviamo l’erotismo di Ovidio, che aveva già descritto la necessità della violenza e dell’ira in un rapporto amoroso. Nella settima elegia del primo libro degli Amores, ad esempio, si pente di aver colpito l’amata e le chiede di graffiarlo e di strappargli i capelli per poter fare la pace: ‘Tu, affinché diminuisca il tuo dolore con la vendetta, non esitare a graffiarmi il volto con le unghie, non risparmiare i miei occhi né i capelli, perché l’ira dà forza anche a deboli mani; e affinché non restino tracce del mio delitto, ricomponi la tua acconciatura’. Tutto questo in Petrarca non c’è più, resta sullo sfondo. Le perversioni del Marchese non erano scritte nel codice genetico della famiglia de Sade, ovviamente. Ma l’adorazione del fantasma di Laura non è né assurda né contraddittoria.

René Magritte, Omaggio a Mack Sennett, 1934

Il secondo legame è ancora un po’ più stretto. Alla fine del Seicento, in Francia, i trovatori che inseriamo ancora nelle antologie scolastiche quasi esclusivamente per i loro amori distanti e disincarnati erano spesso considerati dei poeti “libertini” dai costumi sregolati. Nel corso del Settecento, quando i trovatori tornano al centro degli interessi dei letterati, c’era forse già bisogno di ridimensionare o di tacere questa componente oscena. Oggi, invece, chi vorrà tornare a leggere i trovatori “licenziosi” potrà farlo immaginando che non ci sia molta differenza fra la ricerca ossessiva, in cielo e in terra, di Laura o di Beatrice, e la conquista del piacere ad ogni costo. Mutano le leggi, muta la legge morale. Persistono le passioni e il desiderio naturale.
Il terzo legame è il più serrato. In quella stessa lettera, dopo avere confessato alla moglie di amare Laura con tutto il cuore e di essere molto più infelice di quanto ella creda, il Marchese le chiede di provare a immaginare quanto sta soffrendo e di pensare al suo spirito che ha il colore nero dell’immaginazione. E appena prima cita un sonetto del Canzoniere (Io son sì stanco sotto ’l fascio antico, 81): «O voi che travagliate, ecco il cammino / Venite a me, se ’l passo altri non serra». Sade sembra interpretare questi versi come un appello a tutti gli infelici, a tutti i libertini che non possono amare «il piacere di ogni età e di ogni sesso», come scriverà all’inizio della Filosofia nel boudoir. I principi di quella filosofia devono infatti incoraggiare le passioni, dipinte «come spauracchi da moralisti frigidi e stremati», e che sono in realtà «gli strumenti di cui si serve la natura per far sì che l’uomo raggiunga gli scopi che essa ha fissato per lui». La rivoluzione di Sade non si è compiuta e non si potrà mai compiere – non molti, d’altronde, sceglierebbero di vivere nel mondo di Justine. Ma i legami (di sangue?) tra Laura e il Divino Marchese possono servire perlomeno a chiedersi perché continuiamo a leggere Petrarca (o Dante). Forse perché temiamo che in quelle idee astratte che chiamiamo amore, piacere o desiderio e che ci illudiamo ogni volta di accettare e perseguire liberamente non possa non esserci violenza, umiliazione e sofferenza. Forse perché tutti istintivamente sappiamo che il desiderio è il sogno di una prigione?

Incipit de La filosofia nel boudoir di del Marchese de Sade

(In copertina: Antonio Varni, Petrarca assiste al ritratto di madonna Laura furtivamente eseguito da Simon Memmi, 1867, Torino, Palazzo Chiablese)

Marco Grimaldi

Ritual+ è il nuovo progetto editoriale di Ritual The Club incentrato sugli aspetti culturali del mondo fetish.